mercoledì 22 marzo 2017

Primavera, feste all'aperto e mani al cielo: not "Scared to be lonely"!

"Scared to be lonely" (fonte immagine: copertina del video ufficiale https://youtu.be/e2vBLd5Egnk)

Da una primavera appena iniziata e ancora tutta da vivere, le attese sono tante. C'è chi vuole godersi un po' di tempo prima di dedicarsi ad esami, universitari o della maturità, e chi ha voglia di abbracciare i primi sintomi estivi già adesso. Per i più giovani, questa è una stagione meravigliosamente incredibile: arrivano le prime serate nei locali, le prime uscite dell'anno in discoteche all'aperto e anche le feste di ogni tipo organizzate il venerdì o il sabato sera per divertirsi. Ciò che accomuna ogni fattore è come sempre la musica, materia prima del divertimento in situazioni come questa.

Siamo nel periodo del boom delle canzoni da spiaggia, quelle da ballare con gli amici. Singoli che DJ e cantanti vari hanno proposto anche già da qualche settimana ma che solo adesso iniziano a prendere davvero piede con l'avvento della bella stagione. Tra tutti i pezzi di questo genere disponibili su Spotify ce n'è uno che, davvero, riesce a farmi immaginare con le mani al cielo mentre salto dall'euforia della canzone.

"Scared to be lonely" è uno di quei pezzi che ti fa morire dentro dalla voglia di divertirti con il tuo gruppo anche se sei seduto a tavola a fare colazione alle sei del mattino perché devi andare a lavorare. Fa tirar fuori tutta quella voglia di stare scalzo in spiaggia a saltare all'infinito con la tua compagnia, altro che "paura di stare da solo".

Martin Garrix (all'anagrafe Martijn Gerard Garritsen), tra l'altro, è uno che questa sensazione sa trasmetterla più che bene, considerando anche il fatto che è un classe 1996 e il suo pubblico è intorno alla sua stessa fascia d'età. In quanto a sensazioni, basta anche ricordare il pezzo grazie al quale è diventato uno dei DJ più conosciuti al mondo ovvero "Animals".

Eppure, tra quest'ultimo e "Scared to be lonely" ci sono innumerevoli differenze di sound, con il primo dei due che tende tanto all'EDM e il secondo che ne ha uno decisamente meno pesante. Differenze che emergono anche nel testo: rispetto agli inizi, Martin Garrix cerca di trasmettere qualcosa attraverso esso. In quest'ultimo singolo, invita a sostenersi a vicenda nei momenti meno felici, sottolineando che non ci si deve impaurire e pensare di non avere nessuno al proprio fianco. Un testo che può scindere dalla questione amorosa per toccare anche il tasto delle relazione tra amici.

Una canzone che quindi ha l'obiettivo di unire in discoteca, in inglese definita come "club banger", con l'obiettivo stesso di unire anche al di fuori creando relazioni grazie al divertemento. "Scared to be lonely" si presenta alla scena come uno dei possibili pezzi più in voga e suonati della prossima estate tra feste e serate dove non avremo affatto paura di rimanere da soli.

lunedì 20 marzo 2017

CHUCK BERRY: DA UOMO A LEGGENDA




Due soli giorni fa, sabato 18 marzo, si è spenta per sempre la luce di un astro della musica rock: Chuck Berry ci ha lasciato alla veneranda età di 90 anni; un'età che appare comunque prematura alla schiera di musicisti, fan, e appassionati di rock in generale.

L'importanza del mitico chitarrista di colore americano va al di là della comprensione di ognuno di noi: nel corpo di un solo essere umano era racchiuso un incalcolabile pezzo di storia del rock'n'roll. Attivo discograficamente dalla seconda metà degli anni '50, Chuck Berry è stato la prima manifestazione di tante cose: il primo grande chitarrista del rock, il suo primo vero compositore nonché paroliere e, se vogliamo, poeta; il primo musicista nero dell'ambito che ha conquistato un'immensa schiera di ascoltatori bianchi portandoli all'adorazione; il primo a proporre un'originalissima miscela di blues e country nel suo sound; il primo ad adottare la formula paradigmatica della canzone rock di tre minuti con la chitarra elettrica come strumento guida accompagnata dalla sezione ritmica basso-batteria e ad introdurre la rima regolare nei suoi testi. 

La grandezza di questa figura ha segnato indelebilmente la musica anche grazie al fascino esercitato su musicisti di grande spicco venuti dopo di lui: John Lennon, Bob Dylan, Carlos Santana, Keith Richards, il leader dei Grateful Dead Jerry Garcia, e tantissimi altri discepoli. Basti pensare alla famigerata canzone "Johnny B. Goode": ha ricevuto cover tra le più disparate, dai Sex Pistols all'adattamento in chiave reggae con ambientazione giamaicana di Peter Tosh. Un'eredità immensa, insomma. Suo anche l'archetipo della star di colore che canta e suona la chitarra, nutrito negli anni seguenti da figure quali Jimi Hendrix o lo stesso Bob Marley.
Molti definiscono piena di eccessi la vita di Chuck Berry: eccessiva è una parola adatta. Eccessive le innovazioni apportate e poi scolpitesi nella pietra con il succedersi delle generazioni, eccessivo lo splendore della sua personalità originale ed anticonformista, eccessiva la durata nel tempo delle sue canzoni. Eccessivo ma mai abbastanza per i nostri cuori.

Due giorni fa è morto l'uomo, ma ha lasciato il posto alla leggenda. Perché mi piace pensare che l'astro di cui parlavo all'inizio si è spento solo per riaccendersi di una luce più forte e accecante: quella radicata sotto la pelle di qualsiasi persona che è ancora legata alla parola rock, e al concetto di musica che ne deriva.
Non un decesso ma un'elevazione. Dovunque sia Chuck Berry, sarà sempre con lui lo spirito del rock'n'roll.

venerdì 17 marzo 2017

OBITUARY: A LEZIONE DI VENDETTA



Cattivi, grezzi, spaccaossa, gli scapestrati in infradito e pantaloncini originari di Tampa, Florida, sono tornati più forti che mai, con un nuovo album omonimo intitolato, appunto, Obituary.

Ascoltare un loro album è come ricevere un pugno in faccia. Sin dagli albori, gli Obituary hanno saputo distinguersi mettendo nelle loro canzoni quella giusta dose di cattiveria e offrendo al loro target ciò che vuole. 
Il sound di questa nuova uscita non si discosta molto da quello dei precedenti lavori, anzi, prendendo in considerazione gli ultimi album, rimane praticamente invariato; eppure ciò non dà quel senso di fastidio chiamato ripetitività, anche se in qualche brano potreste imbattervi in qualcosa di già sentito. Nulla di compromettente, comunque, dato che lo scopo principale di questi ragazzacci resta trasmettere rabbia. 

La formazione da battaglia comprende, come sempre, John Tardy al microfono, che non si smente affatto e porta le sue performance alle stelle rimanendo aggressivo. Alla batteria, lo storico percussionista del gruppo (e fratello di John) Donald Tardy, un vero pezzo di artiglieria sempre costante nel menare sui tamburi. Alle chitarre, due grandi musicisti: il primo è Kenny Andrews, ex Pain Principle e Azrael. Il secondo chitarrista è Trevor Peres, anche lui presente dagli inizi. Al basso, l'ex Massacre, Death e Six Feet Under, Mr. Terry Butler.

Come già detto sopra, il sound riprende un po' gli ultimi album: riff accattivanti, blast beat continui e decisi, con la voce di Tardy che rappresenta la ciliegina su una torta fatta di odio e rancore.
Il disco si compone di alcuni pezzi veloci, come ad esempio il brano di apertura Brave, o il prematuramente rilasciato Sentence Day, e da altri un po' più lenti come A Lesson in Vengeance: tutti brani che funzionano alla grande. Va evidenziata inoltre una maggiore frequenza di assoli di chitarra, sicuramente affidati all'ultimo arrivato Kenny Andrews.

Che dire, un ottimo disco prodotto da un ottimo gruppo. Come al solito gli Obituary non si smentiscono mai e ci regalano album da brivido: il death metal della Florida tiene ancora la testa alta. Il mio consiglio per voi è di ascoltarlo a fondo e godervelo. Si tratta di un album che merita molto, soprattutto per chi non ha mai smesso di ascoltare i giovani di Tampa (che tanto giovani ormai non sono più). 

Un abbraccio. Horns up.

mercoledì 15 marzo 2017

RECENSIONE: "UN INCUBO STUPENDO"


Dopo un hype persistente creatosi attraverso i social e dopo l'estrazione di quattro singoli ed altrettanti videoclip, il 10 marzo è finalmente uscito il nuovo disco dei Management del dolore post-operatorio, Un incubo stupendo. Parecchio atteso direi, anche dal sottoscritto. La nuova affiliazione del gruppo con la Garrincha
Dischi (etichetta de Lo stato sociale e molti altri) è stata un indizio su cosa aspettarsi una volta arrivato il 10 marzo, così come i singoli apripista ed i loro video: il Management è cambiato. A partire dalla line-up: del quartetto ormai consolidato dal 2012 restano ora solo Luca Romagnoli (voce, testi) e Marco Di Nardo (chitarra, musiche) che hanno reclutato il trio IMURI per gli arrangiamenti, le incisioni ed i live (Lorenzo Castagna alla chitarra, Antonio Atella al basso e Valerio Pompei alla batteria). Questo quarto album si è posto come la svolta sonora che possa finalmente garantire il successo alla band, o quantomeno il successo che hanno tutte le altre "indie" band attive al momento. Ma andiamo con ordine: i singoli pre-disco. Naufragando, uscito a novembre, mi ha spiazzato. Un sound totalmente diverso, una voce dai toni ignoti alle solite urla anti-tutto di Romagnoli, un testo romantico e a tratti classico, un intermezzo strumentale debole: l'ho bocciata. Più o meno lo stesso parere ho avuto per la title-track uscita due mesi dopo: stessa storia sotto altre vesti, un tono più ritmato e melodico, una voce più decisa e un testo meno romantico e più personale, ma comunque d'amore. È andata meglio con Il vento, più catchy e con un testo tipicamente Management ma meno ragionato e provocatorio rispetto al solito. Esagerare sempre, infine, non mi ha convinto per le sue note, ma un testo così sincero e schietto (seppur nella sua semplicità) è una bella vittoria.

L'album oscilla tra pezzi debolucci che non risultano orecchiabili quanto vorrebbero con testi meno ispirati e canzoni che, nonostante non abbiano più le vecchie ambizioni provocatorie o graffianti ma puntano ad essere solo delle belle tracce pop, hanno una loro ragion d'essere musicale che si sposa bene con parole significative e dirette all'altezza del talento Romagnoli. A questa seconda categoria appartengono Visto che te ne vai o anche Ci vuole stile, i brani che ho più apprezzato tra i dieci. Un incubo stupendo ci presenta dunque una nuova incarnazione dei Management del dolore post-operatorio: non più una band esplosiva e trascinante, ambiziosa e rivoluzionaria, ma un gruppo di rock d'autore che cerca di iscriversi nel firmamento della canzone italiana. Di certo una piega un po' spiacevole dopo gli esordi del gruppo (il primo album AUFF!! resta uno dei migliori dischi italiani dal 2010 in poi, unico nel suo stile), ma è forse inevitabile: il mercato incalza, e con gli anni la verve anticonformista delle persone spesso si esaurisce. Ma non me la sento di definirlo un brutto disco: un disco incerto, convincente solo in pochi momenti, ma che comunque riesce ad essere vero il più possibile in un contesto del genere. E poi, si tratta comunque di Luca Romagnoli, un talento raro in questi ultimi anni di musica, un autore capace e originalissimo, una figura che in alcuni momenti ha saputo essere eroica dal mio punto di vista; non posso quindi condannare del tutto un'opera che porti la sua firma.

Il gruppo abruzzese non punta più ad esorcizzare il dolore post-operatorio dell'esistenza, ma si limita a volerlo attutire e contenere: ecco cos'è Un incubo stupendo.

mercoledì 8 marzo 2017

100 SFUMATURE DI CAMOMILLA



A poco più di un mese dalla fine del Palazzina Liberty tour (conclusosi il 14 gennaio al Locomotiv Club di Bologna), L'officina della camomilla è tornata: la Garrincha Dischi ha rilasciato due giorni fa Antologia della cameretta. Trattasi di una prolissa raccolta di demo risalenti a quel periodo di attività della band precedente alla pubblicazione del primo album (2008-2013): tra inediti, cover e versioni precedenti di canzoni già presenti nei dischi della band, le tracce sono ben 100.

Quest'antologia vuole documentare e catalogare tutte quelle registrazioni che De Leo (voce, chitarra, autore e compositore del gruppo) ha accumulato suonando nella sua stanza, solo o con diverse formazioni nel corso del tempo. Nei cinque cd che compongono la raccolta troviamo quasi tutti i pezzi già noti de L'officina (anche ripetuti in più versioni), molti inediti e alcune cover.
Le demo delle canzoni già edite rappresentano nella maggior parte dei casi una mera ripetizione abbastanza stancante delle versioni studio, ma a volte offrono piacevoli alternative ai mix finali: registrazioni piuttosto lontane dal mood inciso sui dischi, meno condizionate dalla veste pop che la band ha assunto nella trilogia Senontipiacefalostesso, più spontanee ed interessanti.
Gli inediti sono permeati perlopiù dai soliti toni adolescenziali e intimisti che hanno caratterizzato il gruppo sino al 2015: testi surreali e quasi del tutto incomprensibili. Le musiche invece sono a tratti interessanti, vedi la tastiera psichedelica di Chicco un calorifero o il delirio di Camomilla power, una fusione avvincente di funk, drum machine ossessiva e parole che esortano al consumo della bevanda del titolo, cantate da una voce femminile intonata a mo' di urlo infantile.
Le cover invece sono tra le più disparate: da Paolo Conte e Battisti a Lo stato Sociale e i Baustelle. Il risultato non è tra i migliori, ma diverte l'ecletticità di De Leo e la sua voglia di cantare e registrare qualsiasi cosa gli passasse in mente.
Nel complesso, Antologia della cameretta è una prolissa sfida alla pazienza dell'ascoltatore. Troppe le tracce, o meglio troppo poche quelle meritevoli in mezzo a un torrente infinito di demo inutili.

In fin dei conti, credo sia stata un'ulteriore furbata della Garrincha per poter pubblicare le canzonette giovanili de L'officina, ben lontane dalla svolta più strumentale ed ermetica che il gruppo ha intrapreso con l'ultimo album Palazzina liberty: magari i discografici hanno capito che De Leo vuole continuare ad autoprodursi e a seguire le sue ambizioni artistiche, ed hanno quindi tentato di mantenere ancora l'immagine iniziale del gruppo per garantirsi gli ascolti che ne derivano. Spero che non esca mai un seguito di questa estenuante antologia e che il nome de L'officina riesca col tempo ad assumere una valenza nuova e più simile agli intenti di De Leo.
Dimentichiamoci dunque di questa raccolta e aspettiamo un nuovo album di inediti con la speranza che esaudisca le floride aspettative che ci offre l'interessante talento del cantante. Bando alle camerette asolescenziali, e lunga vita agli edifici liberty!

lunedì 6 marzo 2017

QUANDO MTV ERA MTV


A volte ci si chiede come una cosa, col passare del tempo, possa aver subito un cambiamento così radicale. Probabilmente una delle risposte più ovvie è che più passano gli anni, più le tendenze appaiono e scompaiono. Giorni fa mi sono imbattuto in una immagine che mi ha fatto riflettere, era una foto che mostrava i vari programmi che venivano regolarmente trasmessi su Mtv a cavallo tra gli anni '90 e i primi 2000: inutile dire che sono stato invaso dai ricordi. 
Erano tutti programmi volgari, sconci, idioti, ma ci divertivano un sacco. Ma ve lo ricordate? Vi ricordate di South Park? Di Beavis and Butthead? Degli idioti ma fenomenali Jackass? Mi viene da piangere a pensarci. 
Il fatto è che qui siamo a metà del danno, perchè Mtv nasce come una radio essenzialmente rock, a ribadirlo anche lo slogan "Ladies and gentleman, rock and roll", con lo sfondo di Neil Armstrong che piazza una bandiera di Mtv sulla luna, cosa c'era di più figo?
Giorno dopo giorno venivano trasmessi gruppi come Def Leppard, Motley Crue, Van Halen, concerti dal vivo di Slipknot, Sepultura, AC/DC e tutti gli altri grandi della musica che ti farebbero gasare mettendo giù anche un solo accordo. 
Oggi cosa ci tocca? Justin Bieber, Rihanna, Justin Timberlake. E' impressionante vedere come questo canale sia stato corroso dal tempo. Se prima potevamo goderci le avventure di quel fattone di Ozzy Osbourne e della sua famiglia di teppisti, ora la nostra eredità si divide in Jersey Shore e Teen Mom.
Da quanto si può evincere, Mtv era una emittente selvaggia, non si faceva scrupoli a pubblicare roba volgare o esplicita. Probabilmente parte del suo declino è dovuto al fatto che ha nel tempo ricevuto diverse minacce di chiusura dai superiori per svariati motivi, come riferimenti satanici o a droga, sesso e armi nei videoclip musicali, costringendo l'emittente a censurare gran parte del materiale rilasciato.
Una grande protesta fu fatta (sempre dai superiori) anche sulla questione razziale, incolpando Mtv di non trasmettere artisti di colore e accusandola naturalmente di razzismo. In seguito questa barriera venne abbattuta con l'inserimento di Michael Jackson ed altri artisti nella playlist del canale. Mtv sulla questione si è sempre difesa, sottolineando che è nato come canale rock, e quindi all'epoca non giravano molti artisti di colore che suonassero il genere.
Con la diffusione del Rap e di conseguenza altri generi più moderni, oggi Music Television è quello che è.

Che dire, Mtv rimarrà comunque nei cuori dei più nostalgici, quelli che passavano le giornate sintonizzati su uno dei migliori canali di intrattenimento a sfondo musicale, e sicuramente lo ricorderemo come tale. Qui è tutto. Un abbraccio.


lunedì 27 febbraio 2017

LUIGI TENCO: PIÙ DI UN CANTAUTORE



Luigi Tenco è un personaggio autorevole e oserei dire leggendario nella musica, soprattutto quella italiana. Una figura dibattuta, misteriosa, a tratti scabrosa e dalla morte poco chiara. Ma al di là delle tante opinioni e voci sulla sua vita e ancor più sulla sua fine, vorrei soffermarmi su Tenco in quanto artista cercando di far capire perché lo ritengo il nostro più grande e sottovalutato cantautore.

Innanzi tutto, ciò che più è innegabile a proposito di questa personalità musicale è la sua importanza storica: Tenco scriveva e cantava di cose serie prima di altri, quando chi gli stava attorno faceva successo con prodotti di levatura contenutistica di gran lunga inferiore. Lo stesso De André, il cantautore forse più popolare e osannato in Italia, non sarebbe esistito o quantomeno non avrebbe avuto lo slancio che ha avuto senza un Tenco prima di lui. La sua sfortuna, la sua maledizione o forse il suo più grande pregio è stato proprio quello di essere fuori - o meglio, avanti - rispetto al tempo: Tenco era tenebroso e dall'umore riflessivo e profondo quando la sua epoca era inebriata e colorata dalla magia del boom degli anni '60, e offriva una visione sociale del paese che andava ben al di là di questo fenomeno economico, guardando in faccia i pregiudizi e le arretratezze che costringevano l'Italia in un medioevo socio-culturale. Una lettura insidiosa delle cose, troppo diversa da quella altrui, una formula che mai avrebbe potuto regalargli il meritato e dovuto successo come musicista ed interprete. Ma per quanto mi riguarda, anche se questo già basterebbe a dare l'accesso a Luigi Tenco nella vetrina dei più grandi, non è nemmeno questo il suo aspetto più indimenticabile. Tenco è tale per la sua forza emotiva, per la sua capacità di lasciare solchi indelebili nell'animo di un ascoltatore attento ed aperto: l'arma più incisiva del nostro era la sua voce. Calda, intensa e dal timbro non indifferente, capace di dare ai suoi versi semplici un tono poetico che sa d'infinito. Nelle sue canzoni, Tenco scrive di amori, di sofferenze, di favole d'infanzia vissute ad occhi aperti e poi appassite, di rabbia contro il mondo superficiale e dà vita a tutto questo attraverso le sue corde vocali, capaci di assumere toni bassi e alti conservando sempre un gran timbro ed un'indispensabile chiarezza nel pronunciare le parole. Così Tenco riesce a far vivere al pubblico le emozioni che canta come fossero le sue, come se stesse vivendo insieme all'autore ciò di cui gli sta raccontando, come se nessun'altra sensazione provata prima fosse stata vera se paragonata a quella che trasmette l'ascolto delle sue canzoni. Senza dubbio un genio, in ogni aspetto della sua arte. Abile strumentista jazz, grandissimo autore, cantante originale, poeta profondo e pensatore autorevole.

Ma prima di essere tutto questo, la personalità di Luigi Tenco era animata da un moto rivoluzionario, anticonformista e tendente alla libertà. E come ogni spirito libero e rivoluzionario, è stato una fiamma arsa in fretta: ma questo non gli ha impedito di essere la più splendente di tutte.