TABULA RASA 2000, pt. 2: IL SUONO DELL'EMOZIONE
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| La copertina di Ágætis byrjun |
Prosegue il nostro viaggio alla scoperta delle origini musicali del terzo millennio: dopo essere passata nel Maryland dagli Animal Collective, Tabula Rasa 2000 approda sulle gelide coste dell'Islanda. La musica di questo primo decennio del XI secolo dà spazio a nuove sonorità e tendenze, ma anche ad aree geografiche fino ad allora in secondo piano per la loro scena suonata: ecco infatti che da un'isola piccola e poco popolosa come l'Islanda spunta fuori una delle band più significative della storia, i Sigur Rós.
Quello di cui sto per parlarvi è il loro secondo disco (il primo per il mercato internazionale), uscito in Islanda nel '99 ed arrivato nel resto del mondo l'anno seguente. Ágætis byrjun, "Un buon inizio": il titolo più azzeccato e promettente. Ritengo quest'album un vero capolavoro, un concentrato di sensazioni intense e benefiche, ma c'è dell'altro: si tratta oggettivamente di un prodotto innovativo e molto significativo per la storia della musica contemporanea. Basti pensare al cantante e chitarrista, Jón Þór Birgisson (in arte Jónsi): semicieco che di conseguenza disdegna l'uso del plettro e preferisce l'archetto della viola, cantore che ama il falsetto etereo più che il pulito. La sua presenza trainante è accompagnata in questo lavoro da Kjartan Sveinsson (tastierista poliedrico e talentuoso), Georg Hólm (bassista sempre presente ma mai sovrastante), e Ágúst Ævar Gunnarsson (batterista dal tocco preciso e ponderato): un mix perfetto a cui si aggiunge un'orchestra che eleva la sonorità della band raggiungendo spazi altrimenti inarrivabili.
Il risultato è un'indefinibile miscela di post-rock orchestrale, dream pop, musica d'ambiente e tanto altro. Dopo una breve intro strumentale, il disco comincia con Svefn-g-englar; qui dentro ci sono tutti gli elementi principali dello stile dei Sigur Rós: la voce trasognata in falsetto, la chitarra corposa e amplificata dall'uso dell'archetto, il basso pulsante e sospeso, le tastiere preziose e la batteria che alternatamente si trattiene ed esplode alternatamente. In Starálfur fa capolino l'orchestra: la sezione d'archi rende il pezzo una dolce ninnananna capace di liberare il cuore dell'ascoltatore; confesso senza paura che più di una volta questa canzone mi ha commosso. Olsen olsen dà invece spazio ai fiati; dopo un'introduzione di basso, la band prende a suonare e Jónsi intona parole ignote ed acute trasportando il pubblico in una dimensione senza tempo e spazio dove c'è posto solo per la dolcezza del suo cantato, poi si ferma e riesplode accompagnata dall'orchestra: descrivere a parole il risultato è impossibile. La title-track regala invece una dimensione acustica, soffusa ed intimista: il quartetto islandese dà prova del suo affiatamento suonando una dolce ballata che sa d'infinito. Continuare a descrivere la musica dei Sigur Rós mi è davvero difficile: bisogna obbligatoriamente ascoltare una pietra miliare di questa levatura, per l'anima e la conoscenza. Nel frattempo, sogno con beatitudine di poter guardare dal vivo questo gruppo immenso in occasione dei miei vent'anni (il 17 ottobre i Sigur Rós suoneranno a Milano).


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