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lunedì 26 giugno 2017

CIGARETTES AFTER SEX


La copertina di Cigarettes After Sex
Cigarettes After Sex (oltre ad essere foneticamente e concettualmente una cosa fighissima) è il nome di una band e del suo primo album rilasciato poche settimane fa.
Cigarettes After Sex, un nome che ritrovavo continuamente sulle home dei miei social, sui siti di streaming musicale, sulla bocca di alcuni amici, un po' ovunque insomma. Solo che, a parte lasciarmi affascinare dalla figaggine del nome, non avevo mai fatto nulla. Non mi ero mai deciso ad ascoltarli o considerarli, mi sono sempre passati di mente. Fino a quando non ho scoperto del primo album appena uscito e non ho deciso di buttare i miei pensieri al riguardo su questo blog (sta diventando un'abitudine e io ne gioisco!).

Dunque, vado a informarmi sul genere musicale e leggo di tutto: slowcore, dream pop, ambient, shoegaze, un ricettacolo di generi per cui io impazzisco. Allora no, non posso proprio evitare di ascoltare Cigarettes After Sex.
Non parlerò del gruppo in quanto a membri, storia, discografia precedente o altro: voglio solo provare a dire che mi è parso ascoltando le canzoni.
Il disco è permeato in ogni sua nota da quelle atmosfere dreamy e malinconiche che ci si aspetta dai generi citati e dal suo titolo stesso: Cigarettes After Sex, ebbene sì, queste canzoni sono placidamente sensuali e invocano in modo ancestrale la voglia di soddisfare il proprio vizio di fumatori. Ma al di là dell'immaginario che si può legare (propriamente e no) a queste tre parole, il sound del disco, concretamente, è un connubio di indie pop in chiave trasognata e di quelle atmosfere pensose e un po' cupe tanto care agli anni '80. Si può in parte pensare che il processo intrapreso sia lo stesso del cazzutissimo Turn on the bright lights degli Interpol, ma il risultato è ben diverso; i canoni dell'indie rock in quanto genere musicale sono sfumati in Cigarettes After Sex: ciò che il gruppo ha di indie è ormai solo la veste, o forse solo l'abuso recente del termine.
Dunque, uno strato di rarefazione che si lascia canticchiare (pop, è comunque pop) e una band dal sound equilibrato ma con la voce di Greg Gonzalez che non convince - anche se sa sedurre quando vuole. Alcune canzoni, (su tutte Sunsetz, il cui riff di chitarra si fissa in testa e non ne esce più) sono efficaci, affascinanti, evocano la poesia che tanto si vuol trasmettere con le famose tre parole del nome e con l'hype sui social, ma non tutta la tracklist è in grado di farlo.
L'album è nel complesso ascoltabile, può fluire, ma non mi ha appassionato così tanto. Non c'è grossa innovazione, solo un'esasperata coerenza con lo stile che il gruppo si è addossato con le canzoni e la pubblicità.

Fanculo l'hype, allora. I Cigarettes After Sex non sono a mio parere un gruppo valido in maniera proporzionale alla quantità di spam e attesa creatisi attorno al loro nome. Una cosa di cui "soffre" l'ascoltatore - come nel mio caso - ma di cui potrebbe soffrire anche la band stessa.
Magari mi daranno torto molti alternativi, molti nuovi "rockettari", ma io continuo a pensare che il giudizio di ciascuno vale più di qualsiasi trovata mediatica.
E va bene, pensate pure che sono un irrimediabile nostalgico e che i tempi della musica a cui sono legato sono finiti. Ma io sono sportivamente libero di pensare che avete torto.
E ricordatevi di non prendermi troppo sul serio, sono uno qualunque che scrive roba qualunque.
Continuiamo a volerci bene.

mercoledì 15 marzo 2017

RECENSIONE: "UN INCUBO STUPENDO"


Dopo un hype persistente creatosi attraverso i social e dopo l'estrazione di quattro singoli ed altrettanti videoclip, il 10 marzo è finalmente uscito il nuovo disco dei Management del dolore post-operatorio, Un incubo stupendo. Parecchio atteso direi, anche dal sottoscritto. La nuova affiliazione del gruppo con la Garrincha
Dischi (etichetta de Lo stato sociale e molti altri) è stata un indizio su cosa aspettarsi una volta arrivato il 10 marzo, così come i singoli apripista ed i loro video: il Management è cambiato. A partire dalla line-up: del quartetto ormai consolidato dal 2012 restano ora solo Luca Romagnoli (voce, testi) e Marco Di Nardo (chitarra, musiche) che hanno reclutato il trio IMURI per gli arrangiamenti, le incisioni ed i live (Lorenzo Castagna alla chitarra, Antonio Atella al basso e Valerio Pompei alla batteria). Questo quarto album si è posto come la svolta sonora che possa finalmente garantire il successo alla band, o quantomeno il successo che hanno tutte le altre "indie" band attive al momento. Ma andiamo con ordine: i singoli pre-disco. Naufragando, uscito a novembre, mi ha spiazzato. Un sound totalmente diverso, una voce dai toni ignoti alle solite urla anti-tutto di Romagnoli, un testo romantico e a tratti classico, un intermezzo strumentale debole: l'ho bocciata. Più o meno lo stesso parere ho avuto per la title-track uscita due mesi dopo: stessa storia sotto altre vesti, un tono più ritmato e melodico, una voce più decisa e un testo meno romantico e più personale, ma comunque d'amore. È andata meglio con Il vento, più catchy e con un testo tipicamente Management ma meno ragionato e provocatorio rispetto al solito. Esagerare sempre, infine, non mi ha convinto per le sue note, ma un testo così sincero e schietto (seppur nella sua semplicità) è una bella vittoria.

L'album oscilla tra pezzi debolucci che non risultano orecchiabili quanto vorrebbero con testi meno ispirati e canzoni che, nonostante non abbiano più le vecchie ambizioni provocatorie o graffianti ma puntano ad essere solo delle belle tracce pop, hanno una loro ragion d'essere musicale che si sposa bene con parole significative e dirette all'altezza del talento Romagnoli. A questa seconda categoria appartengono Visto che te ne vai o anche Ci vuole stile, i brani che ho più apprezzato tra i dieci. Un incubo stupendo ci presenta dunque una nuova incarnazione dei Management del dolore post-operatorio: non più una band esplosiva e trascinante, ambiziosa e rivoluzionaria, ma un gruppo di rock d'autore che cerca di iscriversi nel firmamento della canzone italiana. Di certo una piega un po' spiacevole dopo gli esordi del gruppo (il primo album AUFF!! resta uno dei migliori dischi italiani dal 2010 in poi, unico nel suo stile), ma è forse inevitabile: il mercato incalza, e con gli anni la verve anticonformista delle persone spesso si esaurisce. Ma non me la sento di definirlo un brutto disco: un disco incerto, convincente solo in pochi momenti, ma che comunque riesce ad essere vero il più possibile in un contesto del genere. E poi, si tratta comunque di Luca Romagnoli, un talento raro in questi ultimi anni di musica, un autore capace e originalissimo, una figura che in alcuni momenti ha saputo essere eroica dal mio punto di vista; non posso quindi condannare del tutto un'opera che porti la sua firma.

Il gruppo abruzzese non punta più ad esorcizzare il dolore post-operatorio dell'esistenza, ma si limita a volerlo attutire e contenere: ecco cos'è Un incubo stupendo.

mercoledì 8 marzo 2017

100 SFUMATURE DI CAMOMILLA



A poco più di un mese dalla fine del Palazzina Liberty tour (conclusosi il 14 gennaio al Locomotiv Club di Bologna), L'officina della camomilla è tornata: la Garrincha Dischi ha rilasciato due giorni fa Antologia della cameretta. Trattasi di una prolissa raccolta di demo risalenti a quel periodo di attività della band precedente alla pubblicazione del primo album (2008-2013): tra inediti, cover e versioni precedenti di canzoni già presenti nei dischi della band, le tracce sono ben 100.

Quest'antologia vuole documentare e catalogare tutte quelle registrazioni che De Leo (voce, chitarra, autore e compositore del gruppo) ha accumulato suonando nella sua stanza, solo o con diverse formazioni nel corso del tempo. Nei cinque cd che compongono la raccolta troviamo quasi tutti i pezzi già noti de L'officina (anche ripetuti in più versioni), molti inediti e alcune cover.
Le demo delle canzoni già edite rappresentano nella maggior parte dei casi una mera ripetizione abbastanza stancante delle versioni studio, ma a volte offrono piacevoli alternative ai mix finali: registrazioni piuttosto lontane dal mood inciso sui dischi, meno condizionate dalla veste pop che la band ha assunto nella trilogia Senontipiacefalostesso, più spontanee ed interessanti.
Gli inediti sono permeati perlopiù dai soliti toni adolescenziali e intimisti che hanno caratterizzato il gruppo sino al 2015: testi surreali e quasi del tutto incomprensibili. Le musiche invece sono a tratti interessanti, vedi la tastiera psichedelica di Chicco un calorifero o il delirio di Camomilla power, una fusione avvincente di funk, drum machine ossessiva e parole che esortano al consumo della bevanda del titolo, cantate da una voce femminile intonata a mo' di urlo infantile.
Le cover invece sono tra le più disparate: da Paolo Conte e Battisti a Lo stato Sociale e i Baustelle. Il risultato non è tra i migliori, ma diverte l'ecletticità di De Leo e la sua voglia di cantare e registrare qualsiasi cosa gli passasse in mente.
Nel complesso, Antologia della cameretta è una prolissa sfida alla pazienza dell'ascoltatore. Troppe le tracce, o meglio troppo poche quelle meritevoli in mezzo a un torrente infinito di demo inutili.

In fin dei conti, credo sia stata un'ulteriore furbata della Garrincha per poter pubblicare le canzonette giovanili de L'officina, ben lontane dalla svolta più strumentale ed ermetica che il gruppo ha intrapreso con l'ultimo album Palazzina liberty: magari i discografici hanno capito che De Leo vuole continuare ad autoprodursi e a seguire le sue ambizioni artistiche, ed hanno quindi tentato di mantenere ancora l'immagine iniziale del gruppo per garantirsi gli ascolti che ne derivano. Spero che non esca mai un seguito di questa estenuante antologia e che il nome de L'officina riesca col tempo ad assumere una valenza nuova e più simile agli intenti di De Leo.
Dimentichiamoci dunque di questa raccolta e aspettiamo un nuovo album di inediti con la speranza che esaudisca le floride aspettative che ci offre l'interessante talento del cantante. Bando alle camerette asolescenziali, e lunga vita agli edifici liberty!