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venerdì 23 giugno 2017

ALICE IN CHAINS: "DIRT", UN PERPETUO TRIP


Da sinistra: Jerry Cantrell (chitarra), Layne Stayley (voce e chitara), Mike Starr (basso), Sean Kinney (batteria)
A chiusura di questa rubrica sul grunge, vi proponiamo il secondo album degli Alice in Chains. Diciamocelo, chi non ha mai sentito il martellante riff di Theme bones in GTA San Andreas?
Dirt esce nel 1992, periodo in cui i Nirvana erano all'apice e il grunge era ormai uno stile di vita. Durante l'incisione dell'album, il leader della band Layne Staley, personaggio ancora più controverso di Cobain (anche se meno considerato), era dipendente dall'eroina: questa dipendenza risuona nell'album con la sua voce acida e cupa  e con i testi ispirati da continui trip e visioni.
L'album presenta atmosfere cupe e decadenti, ma anche abbastanza psichedeliche: i brani Would?SickmanJunkhead e la stessa Dirt parlano proprio della dipendenza da stupefacenti.

WOULD?
Uno dei brani più conosciuti del disco e in toto della band è dedicato al defunto Andrew Wood, membro della band Mother Love Bone, morto per overdose come in fondo toccherà allo stesso Staley e a molti altri artisti di qualsiasi calibro, dai meno conosciuti ai più celebri. Il brano presenta un andamento ostinato ma malinconico, la voce del chitarrista Cantrell canta la strofa con un timbro sussurrante e scuro e il ritornello è un'esplosione coinvolgente gridata da Layne: pensare che soffriva della stessa dipendenza e che stesse parlando di un amico e collega mentre si ascolta il brano fa venire i brividi. Alla sua morte molte, varie band hanno reinterpretato il brano, dagli Opeth ai Metallica e i Pantera, come accaduto con Black hole sun dei Soundgarden alla morte di Cornell e con svariati brani dei Nirvana alla morte di Kurt.

ROOSTER
Il brano più impegnato e, a nostro avviso, simbolico della band è Rooster, una disperata marcia scritta su un racconto del padre di Cantrell, il quale avrebbe prestato servizio durante la guerra in Vietnam: il testo si presenta come una poesia ermetica e disperata.
"Il gallo" è il nomignolo con cui il padre di Cantrell veniva chiamato in battaglia. Morte, guerra, disperazione (e anche droga) sono le parole chiave del disco.

DOWN IN A HOLE
Il titolo la dice lunga. Al primo ascolto può sembrare una ballad carina che si discosta dal resto dell'album, e invece se ascoltata con i presupposti adeguati si può cogliere perfettamente l'amarezza dell'animo di  Staley e di ciò che gli passava per la testa. Staley parla di sé e si lascia andare ad uno sfogo disperato e cupo sulle parole "Down in a hole, losin' my soul" e su arpeggi alternati tra accordi maggiori che sfociano in accordi minori dall'andamento lento e decadente. Layne, a una certa, si ritira dalle scene dopo la morte per overdose della sua coniuge: ricomparirà impallidito e privo di espressioni per un live unplugged in cui canterà, nonostante il suo stato psico-fisico dilaniato dalla solitudine e dalla disperazione, la versione live più toccante di questo pezzo (forse proprio perché in quel periodo il suo animo era davvero andato perduto?). Staley morirà qualche tempo dopo a causa di un cocktail di farmaci nel suo appartamento, il suo "buco" in cui era caduto.

SICKMAN
Il bipolarismo fatto musica, un'ossessiva alternanza tra parti più rapide e schizofreniche a parti tremendamente lente e cupe, un trip in musica a tutti gli effetti. Un altro brano abbastanza affine alla personalità di Layne Staley, che in questo caso sembra il lupo cattivo che vuole mangiare Cappuccetto Rosso coi suoi schiamazzi malvagi e acuti.

Per ascoltare la voce di Layne nel suo ultimo periodo consigliamo l'ascolto di una delle sue ultime produzioni con il super gruppo composto da membri di Pearl Jam, Screaming Trees e altre band formatasi in clinica, ovvero i Mad Season.

Il disco pare sia stato considerato uno di qulli da ascoltare prima di morire, e io penso proprio lo stesso. Qui il marciume del grunge, mentre Cobain eseguiva i suoi pochi accordi e cantava i suoi testi bizzarri e apparentemente privi di senso, veniva accostato a sonorità heavy metal, anzi, mi azzardo a dire quasi doom/sludge/stoner, generi che in quegli anni andavano di pari passo al grunge per fama e per sviluppo (in fondo i temi non sono poi così diversi).

TopGrunge finisce qui. Tutto questo lo abbiamo fatto in memoria di Chris Cornell, ma vogliamo dedicare questa rubrica anche a Layne Staley e Kurt Cobain, ma anche a quello che fu il leader di un'altra band da tenere in considerazione, ovvero gli Stone Temple Pilots, il cantante Scott Weiland, altra voce simbolica di quel periodo storico.
A noi piace ricordarli sul palco a coinvolgere le folle o in studio a incidere. Che i loro animi turbati possano aver trovato sollievo da qualche parte.
Un funereo ma dovuto R.I.P.

venerdì 9 giugno 2017

TOPGRUNGE: "TEN", LA SVOLTA DI SEATTLE


La copertina estesa di Ten
Abbiamo avviato questa rubrica con Superunknown dei Soundgarden in memoria del defunto Chris Cornell, e oggi noi del Musichiere vogliamo parlarvi dell'opera della band di uno dei più cari amici dello stesso Cornell: Eddie Vedder, con il quale ha collaborato nei Temple of the Dog, e di un album che segue la stessa onda per tematiche e sonorità. Il disco è Ten, album di debutto della band di Seattle Pearl Jam.

Nel pieno della rivoluzione fomentata dai Nirvana, spunta un disco che, pur conservando il marciume e la torbidezza del grunge, contiene suoni e fraseggi più aperti all'esterno, discostati dalle influenze punk tipiche del genere. L'album parte con il botto del brano Once che, ascoltando il disco fino alla fine, sembra la continuazione della delicata Release. I temi trattati nel disco sono quasi analoghi a quelli del successivo Superunknown di cui abbiamo parlato nell'uscita precedente, ovvero depressione, suicidio, solitudine, criminalità.
La sintesi di tutto il disco è in Jeremy, che parla di un ragazzino che si suicida davanti ai suoi compagni di classe in quanto incompreso da tutti, famiglia in primis (probabilmente era un compagno di classe dello stesso Vedder).
Le storie narrate nell'album sono storie di vita quotidiana americana, ed il brano per eccellenza di questo disco è Alive, probabilmente un racconto autobiografico di Eddie Vedder, il quale non ha avuto modo di conoscere bene il suo padre biologico morto prematuramente: il brano, infatti, parla proprio di questo. L'assolo di Alive è a mio avviso uno dei più belli della storia: la chitarra di Mike McCready sembra essere la vera voce narrante della triste vicenda, resa ancor più malinconica dall'uso regolare del pedale cry baby. Il brano presenta sfumature tipiche del rock più classico e tradizionale: non è un caso se le fonti di ispirazione di tutti i membri sono Led Zeppelin, Hendrix, Doors e chi più ne ha più ne metta. 

Il disco è alla portata di tutti, chiunque può ascoltarlo e apprezzarne la magia, una pietra miliare che la rivista Rolling Stone ha inserito in una classifica di 500 dischi tra i migliori della storia. Ascoltare per credere!

venerdì 2 giugno 2017

"SUPERUNKNOWN", L'ORACOLO DI CHRIS CORNELL



In occasione della recente scomparsa di Chris Cornell, abbiamo scelto di aprire questa rubrica sulla musica grunge con Superunknown dei Soundgarden, pur non essendo il primo ad essere stato pubblicato tra i quattro che tratteremo. Innanzi tutto, Superunknown rappresenta, a nostro avviso, una pietra miliare del rock tutto oltre che uno dei manifesti fondamentali del grunge.

Siamo nel 1994, e il movimento grunge è ormai diventato qualcosa di colossale; il disco viene pubblicato circa un mese prima della morte di Kurt Cobain (avvenimento che ha contornato il grunge di altra audience) e si presenta come un gioiellino dalle prime note di Let me drown: il brano immagina un ritorno al grembo materno come invocazione di morte. Il disco continua su questa linea con testi cupi e delicati i cui temi sono appunto la morte, il consumo di droghe, la solitudine, la vendetta e, triste presagio, la depressione e il suicidio. I testi,a detta di Cornell, sono ispirati dagli scritti di Sylvia Plath e costituiscono i temi chiave di quello che è il grunge, marciume e rabbia raccontati dalla forma d'arte della musica che ne addolcisce leggermente il sapore (anche se, letti con una diversa chiave e interpretazione, alludono anche alla vita). La title-track Superunknown si presenta come una moto che sfreccia su una strada rovente, ed è forse il brano più allegro ma non meno bello del disco, quasi una boccata d'ossigeno in un cocktail di oppressione e marciume. La traccia più famosa del disco è Black hole sun, che parla di un sogno, o se vogliamo di un vero e proprio trip (ed effettivamente, ascoltandola viene quasi spontaneo chiudere gli occhi e dare spazio alla più perversa immaginazione) al pari di Head down. Il brano The day I tried to live è invece un tentativo di uscire dalla depressione. E, forse non per pura coincidenza, in chiusura abbiamo il brano Like suicide, e non so quanto la mia tastiera di più possa dire, ma ascoltandolo e leggendo i testi sembra una vera e propria sintesi della vita di Chris, anticipata di 23 anni.

Musicalmente ,con Superunknown i Soundgarden si discostano dalle influenze iniziali: i riff sono più elaborati e onirici. Ogni pezzo ha qualcosa di sperimentale e pare che sia stato volutamente registrato in maniera rapida al fine di farne uscire un  lavoro spontaneo: in ogni brano si puoi sentire qualcosa che ricorda i Beatles, poi i Pink Floyd e da essi alla musica tipicamente orientale con un tocco di metal. I Soundgarden non sono stati gli unici a mischiare al grunge elementi di altri generi musicali e lo hanno reso un genere degno di un'accurata analisi anche tecnica.

In sintesi, un disco completo di psichedelia e potenza da ascoltare a tutti i costi insieme ai "cugini" Nevermind dei Nirvana, Ten dei Pearl Jam, Dirt degli Alice in Chains, e tanti altri di cui parleremo nelle prossime tappe di questa rubrica.