martedì 13 dicembre 2016

"BE HAPPY, BE DJEMBE"



Prima di cominciare con articoli più “canonici” (recensioni, interviste, ecc…), sentivo il bisogno di scriverne uno a scazzo (BEEP), uno che parlasse della mia fissa più grande in fatto di musica: le percussioni. In quanto percussionista (molto dilettante) io stesso, credo di poter parlare della bellezza sconfinata della musica ritmica, quella suonata solo con strumenti percussivi. Si tratta di un qualcosa di davvero primordiale: credo sia la prima forma di musica mai esistita (insieme al canto). La fascinazione di questa espressione musicale deriva dal fatto che è estremamente libera e spontanea: una sessione nasce e si sviluppa sul momento, ed è difficile prestabilirla (a meno che non si è professionisti), è molto influenzata dall’armonia che c’è fra chi suona e chi ascolta, o tra i suonatori stessi ed è soprattutto sfogo puro, più di qualsiasi altro strumento. Attenzione, non perché gli altri strumenti siano da meno, ma perché una percussione è uno strumento molto più accessibile a chi non sa suonare, a differenza per esempio di una chitarra o di un pianoforte: chiunque può costruire un ritmo (anche il più basilare) dopo alcuni minuti di pratica, ma solo pochi sanno fare lo stesso con un accordo.



La connessione che c’è tra gli ensemble percussivi e gli spazi aperti è fondamentale: la musica ritmica ha bisogno di uno spazio aperto per essere ben apprezzata, soprattutto se gli strumentisti non sono pochi e se suonano ritmi stratificati e intricati. Sto parlando dunque di un richiamo alla natura, di una pulsione primitiva da cui scaturisce il ritmo (e di conseguenza anche il ballo in molti casi), insomma di una terapia intensiva volta a stimolare il buonumore. Non è l’isolato parere di un ritmofilo che scrive in un blog: anche due autorità della musica moderna occidentale hanno subito la fascinazione dei ritmi africani e hanno inciso ben due dischi influenzati da tale fascinazione. Stiamo parlando di Brian Eno e David Byrne, il creatore della musica ambient che ha collaborato più volte con David Bowie ed il leader dei Talking Heads (“Psycho killer” la conoscete tutti, dai). “My life in the bush of ghosts”, disco registrato nel '79 dai due appena menzionati, è la sperimentalissima fusione della musica ritmica africana e di quella occidentale suonata in elettrico (senza cantarla, ma campionando le più disparate fonti vocali, da un’omelia islamica alle urla di un ospite di un talk-show televisivo). L'anno successivo i Talking Heads (la band di David Byrne) incidono “Remain in light” con la collaborazione di Brian Eno per l’appunto; è la versione pop di “My life in the bush of ghosts”: rock music e percussioni, con il cantato di Byrne.
Non si può non ammettere, in sostanza, che la musica percussiva è parte della nostra cultura (anche se è nata prima della nostra stessa cultura): il ritmo, la percussione, è la radice della musica, come il battito cardiaco è il motore della nostra vita.

P.S.: Non disprezzate gli africani o i fricchettoni che tamburellano per strada, è arte anche quella!

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